“I would rather take a photograph than be one”. (Lee Miller)
Preferisco fare una fotografia che essere una fotografia.
E’ forse questa frase a delineare con maggiore efficacia il temperamento e l’indole del personaggio Elizabeth Miller.
Lee nasce negli Stati Uniti nel 1907, fashion model di Vogue, si trasferisce a Parigi negli anni Venti dove diviene collaboratrice e compagna di Man Ray partecipando attivamente alla sperimentazione surrealista e allo sviluppo di innovative tecniche fotografiche come la solarizzazione.
Il lungometraggio Lee Miller di Ellen Kuras si basa sul libro “The Lives of Lee Miller” scritto dal figlio della fotografa, Anthony Penrose, che ritrovò i diari della madre dopo la morte, scoprendo molti aspetti sconosciuti dell’esistenza materna.
Il movie, è un classico biopic/war drama, che ha come interprete una strepitosa Kate Winslet nel ruolo di protagonista e anche di coproduttrice.
La pellicola è un ritratto intenso ma esteticamente controllato. Lee Miller appare distante dall’immagine glamour della modella e “musa” surrealista di Man Ray. Il film mette in luce la graduale trasformazione della donna da personaggio colto dell’ambiente artistico parigino a fotoreporter di guerra, intraprendente, risoluta e ribelle, animata da un’inflessibile volontà di testimonianza.
Il suo occhio fotografico sull’inferno della guerra, è una riflessione a non distogliere lo sguardo, bilanciandolo con profonda sensibilità, tra realismo bellico e racconto emotivo.
Lee è stata la prima donna a fotografare l’orrore dei campi di sterminio di Dachau nella fase finale della seconda guerra mondiale, nel 1945, entrando al seguito delle truppe americane. Le sue immagini rappresentano un resoconto devastante dei corpi ammassati vicino ai vagoni ferroviari o ai crematori. L’obiettivo di Lee incontra anche gli sguardi vuoti dei prigionieri sopravvissuti, sospesi tra l’atmosfera irreale della salvezza e il trauma della brutalità. Fotografie fredde, dirette e profondamente accusatorie che il film proietta senza filtri.
Ma il suo scatto più iconico, quello che la ritrae nella vasca di Hitler, realizzato dal collega David Scherman, è un vero e proprio atto politico che non si ferma all’immagine in sé, ma potenzia il messaggio grazie alla ricostruzione e al gesto. Infatti, Lee entra fisicamente nel privato intimo dell’uomo più temuto del mondo, desacralizzando il simbolo del dominio nazista. Gli stivali ancora sporchi del fango di Dachau, nello spazio igienico del fuhrer portano la guerra nel cuore del potere sottolineando anche la vulnerabilità di quest’ultimo.
Una performance acutissima in cui non si descrive un atto celebrativo di vittoria, ma il gesto sacrilego e surrealista coerente con la formazione artistica della fotografa.
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Il film si addentra in altre tematiche come la personale “guerra” di Lee nei confronti di un mondo maschile arrogante e quella della memoria ferita o tradita. Infatti molte delle fotografie di Miller non vennero pubblicate dalla sua rivista. Fu un lavoro di sottrazione, se non vogliamo usare il termine censura, portato avanti anche dalla direttrice di British Vogue, Audry Withers. Pur sostenendo il degno valore dell’ operato di Lee, Withers è costretta ad allinearsi allo sguardo pubblico dell’epoca e alla narrazione della vittoria. Un aspetto del fotogiornalismo di guerra che ancora oggi manifesta quella tensione aperta e quella distanza tra ciò che la fotografia mostra e ciò che la Storia decide di rendere visibile.
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