Antonella Cavuoto

Antonella Cavuoto

Di Agnese

 

        racconti

 Il mio primo libro fu un libro che parlava di donne e parlava  di quegli uomini che, non arrivando a capirle, si sforzano solo di amarle incomprensibilmente. E non riescono. Sostenevo la tesi che per gli uomini capire è amare e di conseguenza non possono amare pienamente una donna, mentre per le donne amare è capire e naturalmente l’amore di una donna verso un uomo può essere assoluto.

 Il libro ebbe più del successo che speravo ma, più della mediocre vendita e di qualche riconoscimento, mi piacque la brezza di voci che mi seguivano nei corridoi dell’università e mi piacque il gruppetto di ragazze che con una scusa qualunque si fermavano dopo le mie lezioni per parlare di “Guarda altrove, uomo”.

Il mio secondo libro -allora tenevo lezioni sul piacere e il desiderio nelle dottrine dei presocratici- parlava di donne che vengono amate dagli uomini solo dopo un evento di palese incomprensione per il quale gli uomini vengono da altre donne lasciati. Discutevamo, io e le ragazze alle quali si erano aggiunti maschi consenzienti più per convenienza che per convinzione, discutevamo di come essere lasciati significasse  non un fatto pratico -avevo escluso la possibilità del divorzio come scappatoia-  ma l’essere abbandonati nella condivisione della vita.

Io sono una donna dura. Io sono diventata una donna dura. E secca. E’ così che sono riuscita a farmi spazio nel mondo. Ora sono una donna dura, secca e stimata. Sembra che la gente ti possa apprezzare davvero solo se ti rispetta e ti rispetta solo se produci e produci solo se:

1)  Fai figli;

2)  Occupi un posto di lavoro importante;

3)  Riesci a zittire un uomo.

Io, di mio, due su tre. Nessun figlio. Ma di figli ne ho prodotti tanti, tutti i miei studenti, tutte le mie ragazze. Un figlio non è solo una combinazione chimica, un figlio è ciò che tu vuoi che sia. Mi chiedono: E le inclinazioni individuali? E la personalità? E il carattere?

Io rispondo che in fondo non c’è niente che sfugga al libero arbitrio. Vale per una madre, vale per un figlio. Non è una questione di età. Se  giochi bene la tua partita a scacchi, prima o poi lo scacco matto arriva. Io non credo nel destino, non credo nella reincarnazione o nelle pre-natività … esiste un termine più specifico di questo? Devo ricordarmi di scriverne un saggio …

Io ho scelto di essere quello che sono e ho scelto di avere figli-studenti, seguaci, parassiti, che siano quello che io voglio.

99,999 periodico (è possibile?) di possibilità. Tutto quello che resta fuori è … il miracolo. E’ l’inaspettato non atteso, è lo studente figlio che mi si ribella con valide tesi e puro cuore, la percentuale che resta fuori è il quid che inspiegabile resta appeso sull’anima ma se capita, capita che ti distrugge, prima. Tutto si beve un amore mai nato, e il resto è solo vita.

Io non  l’ho avuto quel quid, quel mistero, quella porta del cuore e  sono diventata una donna secca.

Fino ad oggi.

Seppi della morte di Agnese perché qualcuno dei colleghi lo aveva saputo da qualcun altro che era venuto a dirmelo come per passarmi il testimone, convinto che ci si dovesse ricordare a forza della Dottoressa C. la cui tesi in filosofia del linguaggio veniva ancora analizzata nei corsi di specializzazione.

Così toccò a me accostare nomi sul telegramma costernati … improvvisa perdita … dolore …

Al suo funerale divenni un nastro viola tra petali bianchi di rose e dopo divenni una vita come le altre, solo con un pensiero in più al quale non sapevo che forma dare e del quale mi dimenticai presto.

Pensavo al mio terzo libro, pensavo a come raccontare di donne che non vogliono essere amate accontentandosi di amare senza pretese.

La telefonata arrivò un mese dopo il funerale di Agnese, verso sera:

“Pronto?”

“Potrei parlare con Costanza per favore?”

“Sono io, chi è?”

“Sono la madre di Agnese”

“Signora …”

“Ho qualcosa per lei da parte di Agnese.”

Brevemente parlammo, no, forse è meglio non venire … sì, va bene, faremo così, è meglio che lei mi spedisca … cosa … il pacco, sì, un  pacco …

Ci salutammo brevemente, sapevamo entrambe che non ci saremo riviste mai più.

Rabbrividii pensando a cosa la madre di Agnese  -o peggio, Agnese stessa-  potesse avere per me. Sperai non si trattasse di un messaggio, voglio dire uno di quei messaggi che le persone troppo sconvolte dalla morte di qualche caro inviano un po’ a tutti, convinte di averli ricevuti dalle anime dei propri morti.

Io sono una donna che definiscono dura. Io credo nelle leggi della vita e della morte. Credo nel dovere sottostare ad entrambe le condizioni con lo stesso rigore e la stessa lealtà: non ci si uccide in vita, non si vive in morte. Credo che le anime non vadano disturbate (non da vive né da morte) e credo che certe finestre non vadano aperte.

E poi c’è un’altra faccenda: l’dea di un flusso di spiriti che varca le porte invocate dai vivi mi crea pena, non sollievo … e se non riuscissero a fare ritorno dall’altra parte? E se li condannassimo così ad un’eterna permanenza presso di noi?

Oggi è arrivato il pacco. Sono andata a ritirarlo alla posta, ho firmato qualche foglio, mi sono fermata in un bar per bere un caffè, ho giocato un po’ con il tempo perché mi vergognavo della feroce curiosità che mi cresceva dentro.

Arrivata a casa mi preparo un altro caffè, accendo una sigaretta e resto a fissare il pacco. E’ ora di aprirlo.

Su un bigliettino scritto con cura leggo: Questo è un pensiero per te Costanza. Buon Natale. E’ come un pugnale nel cuore pensare che qualche Natale  -ma quanti ne sono passati?- Agnese abbia pensato ad un regalo per me, carta da lettere delicatamente racchiusa in un nastro rosso.

In realtà non c’è mai stato alcun Natale passato insieme … in un attimo ricordo una conferenza dell’anno scorso, o forse due anni fa o tre … non riesco a collocarla nel tempo, ma ricordo lei che sembrava uno spettro, una testa nera e gli occhi truccatissimi … che altro che altro che altro … una telefonata, sì, una telefonata alla quale io non risposi, ascoltai solo il messaggio in segreteria, un messaggio di auguri … oddio, era solo Agnese, l’avrei rivista, l’avrei richiamata, ma era Natale, avevo la casa invasa da persone, allievi, colleghi … mi dimenticai di lei, in fondo era solo stata una compagna di studi e, a parte quella tesi, neanche particolarmente brillante.

Io sono una dura?... Io sono una vigliacca: ho riavvolto il nastro della segreteria … per quanto tempo restano registrati i messaggi? E’ possibile che ci siano come nei telefonini i messaggi di anni passati?...Niente. Ascolto e riascolto: mia madre, mia cugina, mia madre, studente, studente, lui, università … niente. Va bene. Ho cancellato il messaggio. Mea culpa. Ma che cosa le è saltato in mente a questa? Bastava dirmelo: diventiamo amiche?...Bastava chiederlo. Sono arrabbiata. Che cosa è? E’ una vendetta? Agnese si sta vendicando perché non le ho mai dato retta?

Ma chi ha mai dato retta ad Agnese la nera? Agnese per noi del gruppo era una sfigata, era una di quelle che portano ièlla, lei era esattamente quello che sembrava agli altri: non particolarmente bella, non particolarmente brutta, non particolarmente interessante, non particolarmente brillante … certo la sua tesi è straordinaria, tanto che qualcuno dubita che sia stata veramente lei a scriverla … ancora oggi la considerano esemplare e straordinariamente significativa …

Ma di lei ti dimenticavi subito, non ti veniva in mente di chiederle il numero di telefono, non ti veniva in mente di invitarla ad una festa, di presentarla ad un amico … oddio, ma che cosa penso … e se a casa sua ci fossero decine di pacchi e su ogni pacco un nome … e se a Natale Agnese avesse chiamato tutti noi del corso e nessuno avesse risposto …

Non mi sento bene e non mi piace sentirmi così. Devo sapere. Riapro il pacco e scopro un biglietto dopo l’altro, un regalo dopo l’altro, c’è un libro per il mio compleanno senza che io ricordi quando abbia mai detto ad Agnese la mia data di nascita, c’è un profumo per l’esame finale, un portachiavi spero ti piaccia come quello che hai perso, una sciarpa per le tue tonsille e mille fotografie sistemate sul fondo. Eccomi, vestita di un pallido verde guardare qualcosa distante dall’obiettivo. Mi ricordo: E’ il giorno della mia laurea, il giorno in cui anche Agnese si laureò.

Dietro ogni foto, con bella calligrafia, Agnese ha scritto una data e su qualcuna anche l’orario.

 

Metto tutte le fotografie in ordine, tutte in fila una accanto alle altre e ricostruisco quel giorno. Qui ci sono io e un gruppetto di  altri ragazzi, tutti noi con la tesi in mano, tutti nel grande atrio dell’ateneo, i visi un po’ tesi, aspettiamo che ci facciano entrare.

In quest’altra, Agnese mi riprende di spalle, forse è una fotografia sbagliata oppure ha una storia che solo lei conosceva e non ha potuto raccontarmi. Ma questa è la più atroce: io e due amiche dopo avere discusso la tesi, aspettiamo i voti serene, i visi leggermente arrossati, ci stringiamo l’una alle altre, io al centro rido e incredibilmente guardo dritta dritta nell’obiettivo. Dunque io sapevo di quella foto e forse l’ho chiesto proprio io ad Agnese di scattarla.

Ora ho gli occhi umidi, ho un grande desiderio di piangere per quei momenti, per il mio vestito verde che ormai non mi entra più, per l’attesa prima del voto, per te Agnese, per le telefonate che non ti ho fatto, per i messaggi in segreteria, perché non so qual è il tuo colore preferito, il tuo compleanno o l’autore che ami.

Quanto tempo ancora ti avrei ignorata?

Così piangendo, apro il tuo ultimo dono: un mozzicone di sigaretta, una Davidoff, le sigarette che fumavo -costose e puzzolenti- per darmi un’aria diversa. Tu l’hai avvolta in un biglietto:

Questa, Costanza, è la prima ed ultima sigaretta della mia vita.. Mi ha fatto venire la nausea.

Ti ringrazio perché non sarò una fumatrice …

Ed eccoti, un autoscatto un po’ sfocato, un lampo azzurro negli occhi neri, una finestra aperta alle tue spalle. Non sorridi, non sei triste, non vuoi essere niente ma hai voluto darmi tutto. E riesco a vederti bella, un’anima chiara, un giorno veloce, una pozzanghera limpida, una corsa ad occhi chiusi verso il cielo.

  Ho rimesso ogni tuo dono al suo posto, ho continuato a piangere e inizio a scriverti, per tutte le volte che non ti ho scritto mai, per tutte le volte che facevo del tempo da non perdere il mio unico compagno. E piango per tutte le fotografie che mai ti ho scattato, lasciando ad un autoscatto l’ultimo senso di te.

Questo sarà il mio terzo libro, parla di me che ti guardavo senza vederti, ti passavo accanto e non mi sono fermata, ti ascoltavo senza pensare che tu potessi avere un cuore spalancato alla vita come il mio. E mentre scavavi il segno ti te nella mia anima, io coniugavo presenti e futuri in una monotona cantilena che si perdeva nel gioco dell’invincibilità. So che non torni Agnese, ma inizio a credere che lieve come sei sempre stata, passerai a leggere queste parole e come attraverso i vetri di una finestra, saprai di avere un’amica qui, dall’altra parte della vita.