Giovanni Semerano di Giacomo Carioti

      

"IL FOTOGRAMMA" di Giovanni Semerano

Gabriele Morrione  

 

 

 

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Era il 1976, se non ricordo male. All'epoca avevo ancora qualche residuo di fiducia nelle nostre università e frequentavo la facoltà di architettura di Roma come assistente volontario del prof. Mario Coppa, un anziano gentiluomo torinese con modi cortesi e vagamente antiquati: un vero signore.Tra gli studenti che assistevo, c'era un bellissimo ragazzo egiziano, che sembrava uscito dalle Mille e una notte: Mohammed Osman. Essendo nella natura degli orientali il desiderio di condividere con le persone che stimano i loro tesori, Mohammed mi portò a conoscere un centro culturale che si occupava di fotografia e, soprattutto, il suo direttore, definite come persona straordinaria. Così entrai per la prima volta in via di Ripetta 153. 

Erano due stanze, neppure tanto grandi. Poco arredate, protette da pesanti tendaggi, sembravano appartenere ad un tempo passato, un po' lontano, sollecitato anche da un lieve odore di chiuso e di umidità. II direttore, Giovanni Semerano, sempre elegante ma con discrezione, si muoveva compassato e con notevole padronanza di sè. Robusto di corporatura, capelli lisci ancora quasi tutti neri, occhiali cerchiati in pesante celluloide; uno sguardo curioso penetrante e intelligente. Finalmente un altro signore, pensai tra me, apprezzando la rarità dell'evento.

Giovanni parlava con ottima proprieta di linguaggio, senza perdere - anche nella voce e nell'eloquio -quel tratto di sagacia e di maliziosa curiosità che si leggeva cosi bene già nello sguardo. Mi colpi alquanto, lo ricordo bene, il modo con il quale trattava Mohammed: confidenziale, gentile ma sostanzialmente coloniale. Seppi poi che Giovanni aveva trascorso diversi anni in Tunisia e forse lì aveva acquisito quel modo di fare inconfondibile. 

Nei mesi successivi ho iniziato a frequentare i locali di via di Ripetta, nei quali trovavo in continuazione mostre di autori giovani e meno giovani. A volte velleitari, spesso bravi e, raramente, molto bravi. Animati comunque da grande passione ed entusiasmo. Un luogo vivo, dove il confronto di idee sorgeva spontaneo, non forzato, stimolato da Giovanni che si apriva ad ogni proposta con entusiasmo naturale, curioso, spontaneo e altruista. 

Per la prima volta nella mia vita trovavo altre persone che si interessavano di fotografia e cosi, poco per volta, sono uscito volentieri dal mio mondo chiuso, sostanzialmente autarchico, popolato da libri di ogni genere e da molte riviste di fotografia. Una bella e irripetibile atmosfera, favorita dalla mancanza di secondi fini da parte dei frequentatori, tutti sostanzialmente dilettanti e volenterosi appassionati. 

Nel 1978, probabilmente stimolato dal susseguirsi vorticoso di mostre personali nelle salette del Fotogramma, decisi di tenere una mia mostra dedicata al ritratto femminile. Avevo bisogno di spazio e quindi trovai un ampio locale in via Gesù" e Maria, presso il Club Italiano dei Lettori. La mostra si intitolava "Sette volti di donna" e presentava ventiquattro ritratti che avevo stampato nei formato 50x60, sottoponendo la mia ristretta camera oscura di allora a sforzi disumani. Giovanni venne alla mostra e, due giorni dopo, la sua rubrica Filtro giallo sul quotidiano romano II Tempo ospitava una bella recensione sul mio lavoro. Ero abituato a confrontarmi prevalentemente con me stesso e con qualche amico e questo concreto gesto di stima - il primo che abbia mai ricevuto nel campo della fotografia - mi diede una grande soddisfazione interiore. Da allora, pur essendo passato molto tempo, ne conservo il ritaglio, ormai consumato, nel primo risvolto interno della mia agenda. Giovanni era lontano dalle mie convinzioni politiche, ma dimostrava nella vita una coerenza e una dirittura morale che mi hanno spesso fatto pensare a mio padre, prematuramente scomparso quando avevo quindici anni. E anche mio padre, ufficiale dei carabinieri con grandi passioni letterarie, di antica fede monarchica, aveva conservato nella vita una coerenza e un'etica di comportamento che gli erano costate molto care. Anzi, gli erano costate la vita stessa. Forse anche per questo motivo mi piaceva molto passare del tempo con Giovanni, sulla porta della galleria affacciata su via Ripetta. A due passi da una delle sedi di architettura. Con sottile compiacimento preferivo stare con Giovanni piuttosto che frequentare gli improbabili ambienti della facolta.

 Qualche dispiacere, seppure in buona fede, l'ho procurato anch'io, come quando pubblicai di mia iniziativa un libro di fotografie (Anna e le bambole, 1982) senza consultare Giovanni e apponendo tranquillamente il marchio "Centro Culturale dell'Immagine II Fotogramma". Non dimenticherò mai la faccia di Giovanni quando vide il libro realizzato, lontanissimo dalla grafica e dalla filosofia delle sue edizioni. E capii che Giovanni era veramente un signore, perchè non pronunciò nemmeno una parola di biasimo, comportandosi con un tatto ed una discrezione straordinari. Gli chiedo perdono oggi, per queste mie giovanili intemperanze, compiute sì in buona fede, ma sostanzialmente scorrette. 

Quando il Fotogramma si è trasferito a Piazza Barberini, verso la metà degli anni Novanta, per me è finita un'epoca. Come se il luogo di via Ripetta, quel luogo, avesse un carisma, un leggendario sapore, un'atmosfera che in nessun altro luogo avrebbero potuto perpetuarsi. Inoltre, per me, erano cambiate molte cose: dirigevo Edilizia Militare, la rivista del Genio Militare che portavo avanti praticamente da solo, con l'aiuto dell'impareggiabile e compianto tipografo Nazzareno Oneto; avevo aperto con Donatella Castiglione la Phos, fotografia industriale e iniziative editoriali per l'industria, che lavorava a pieno ritmo in Italia e all'estero e tante altre cose ancora, perchè, nella vita, non mi sono mai accontentato di un solo lavoro per volta. 

Oggi, non esiste a Roma alcuno spazio che offra la ricchezza di offerte fotografiche del Fotogramma di Giovanni Semerano, se non La Camera Verde di Giovanni Andrea Semerano, non a caso figlio ed erede spirituale di Giovanni... 

Non dimentico il periodo mitico del Fotogramma, cosi come non si dimenticano i luoghi dell'infanzia, dell'adolescenza, del primo amore.