Officina delle Immagini

Maria Orioli

L’Universo Fotografico di Maria Orioli La storia della fotografia italiana è ricca di figure silenziose ma straordinariamente potenti, capaci di ridefinire i confini del linguaggio visivo senza il bisogno di rincorrere il clamore del mercato o della cronaca.
Tra queste, spicca con assoluta nitidezza il profilo di Maria Orioli, una fotografa dalla sensibilità e cultura incredibili, la cui opera rappresenta un autentico patrimonio di intelligenza visiva.
Attraverso il suo lavoro, ha saputo elevare lo scatto fotografico a una forma d'arte pura, rendendolo non più "ancella", bensì lingua "gemella" di ogni altro linguaggio figurativo.

Nata a Pola nel 1923, Maria Orioli vive una giovinezza intellettualmente vivace a Venezia, sua città d’elezione. Lì si laurea in lingue presso la prestigiosa Università Ca’ Foscari, avviando una carriera come insegnante.

La svolta artistica arriva però con il trasferimento a Roma, avvenuto dopo la perdita del padre. È proprio nella capitale che la sorella Nora le regala una fotocamera Rolleiflex con obiettivo Tessar, la celebre medio formato 6x6 che segnerà il suo percorso.

Negli anni Sessanta attira l’attenzione di Mario Pannunzio, che la chiama a collaborare con la storica rivista "Il Mondo". Per il prestigioso settimanale, Orioli documenta il boom edilizio e la nascita delle periferie romane, traducendo la durezza di quei luoghi in un reportage di straordinaria forza visiva. Nel 1963 espone per la prima volta in una mostra personale presso la galleria fotografica della Biblioteca Comunale di Milano, presentata dal critico Giuseppe Turroni.

Da Roma al resto del pianeta il passo è breve.
Per decenni Maria Orioli viaggia senza sosta, con la macchina al collo e attraversa i borghi della Tuscia e le calli di Venezia, per poi spingersi in Francia, Irlanda, Marocco, fino ai confini della Cina, della Russia e delle Americhe.

Eppure, i suoi scatti rifiutano categoricamente l’estetica patinata del turismo di massa. Come ha acutamente sottolineato lo storico della fotografia Italo Zannier, lo sguardo della Orioli sapeva "guardare da lontano", preferendo comporre severe geometrie di elementi in grado di illustrare un pensiero o un'idea di silenzio, piuttosto che un luogo geografico specifico. Le sue immagini cercano la struttura profonda delle cose, non la loro apparenza.

L'universo visivo impresso sui suoi storici negativi, tutti rigorosamente in bianco e nero, si muove, quindi, costantemente su un doppio binario. Da un lato, Maria immortala paesaggi solenni, dettagli monumentali e angoli urbani completamente deserti. Dall'altro, quando la scena si popola, i movimenti e i gesti dei passanti vengono colti con un realismo sincero, ma proiettati all'istante in una dimensione eterea, sospesa nello spazio e nel tempo.

È una fotografia che rifiuta le didascalie descrittive: le immagini di Maria parlano da sole attraverso un uso magistrale del chiaroscuro e scelte strutturali audaci, quasi "trasgressive" rispetto ai canoni rigidi del fotogiornalismo del Novecento.

Questo immenso tesoro visivo oggi, fortunatamente, è al sicuro.

Nel 2011, la fotografa ha infatti donato l'intero archivio alle Raccolte Museali Fratelli Alinari.
Il volume monografico "Cose Viste" rappresenta l'omaggio definitivo a un'autrice straordinaria, capace di lasciare una testimonianza freschissima della propria cultura e di uno sguardo curioso che rimarrà intramontabile.



di Maristella Campolunghi

 

 



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