Mai, nella storia dell'immagine, l'atto del fotografare era stato così spontaneo, intuitivo e soprattutto (forse troppo) pervasivo. Oggi con un semplice gesto, possiamo immortalare un istante, condividerlo nell'arco di secondi e renderlo parte di un flusso incessante di comunicazione visiva.
Eppure, accanto a questa straordinaria democratizzazione dell'immagine, permane una piccola comunità di appassionati che continua a privilegiare la fotocamera reflex, non per nostalgia del passato né per sterile tecnicismo, ma perché essa rappresenta ancora il mezzo preferito per chi concepisce la fotografia come autentica espressione artistica.
La reflex è l'estensione dello sguardo, è il dispositivo che invita alla riflessione, alla consapevolezza, talvolta perfino all'attesa, eventualità quest’ultima poco conciliabile con gli odierni contesti.
La reflex, in definitiva, restituisce al fotografo/a la piena responsabilità delle scelte creative, trasformando ogni immagine nel risultato di un processo “meditato” e non di un automatismo algoritmico.
Ho riflettuto molto al riguardo, specialmente nelle dodici ore di un mio viaggio di ritorno dal Giappone, una terra straordinaria capace di proiettarsi costantemente nel futuro senza mai recidere il profondo legame con le sue radici culturali millenarie. Qui l'innovazione non è semplice esibizione di progresso, bensì il risultato di una filosofia che ricerca incessantemente la perfezione, l'armonia e l'efficienza.
Il paese nipponico ha dato i natali ad autentici colossi dell'industria fotografica e dell'elettronica, ha contribuito in maniera determinante all'evoluzione della tecnologia mondiale. Brand iconici come Nikon, Canon, Fujifilm, Olympus, Minolta, Panasonic, Pentax, Sony non hanno soltanto prodotto strumenti d'eccellenza, ma hanno plasmato il modo stesso di osservare e raccontare il mondo attraverso l'immagine.
Ciò che maggiormente affascina della cultura giapponese è la sua straordinaria capacità di coniugare precisione tecnica e sensibilità estetica. Nulla è lasciato al caso: ogni gesto, ogni manufatto, ogni innovazione sembra nascere da una profonda concezione dell'ordine, della disciplina e del rispetto per il lavoro ben eseguito.
La ricerca dell'eccellenza non è vissuta come competizione, ma come naturale aspirazione al continuo perfezionamento di sé, secondo il principio di kaizen, che permea tanto l'industria quanto la vita quotidiana del sol levante.
Proprio per questo sorprende constatare come, anche in una nazione che ha elevato la fotografia a espressione tecnologica e artistica di assoluto prestigio, la fotocamera reflex stia progressivamente cedendo il passo allo smartphone. È il segno di una trasformazione culturale globale che sembra aver uniformato le abitudini fotografiche ben oltre i confini geografici, privilegiando la rapidità dell'istantanea rispetto alla paziente costruzione dell'immagine.
Eppure il Giappone continua ad insegnarci una lezione preziosa: la vera innovazione non consiste nell'abbandonare il passato, ma nel custodirne l'eredità mentre si percorrono sentieri inesplorati.
Forse è proprio questo il messaggio che la fotografia dovrebbe recuperare: utilizzare la tecnologia come strumento di elevazione dello sguardo, senza permettere che la velocità dell'azione impoverisca la profondità della visione.
Forse il futuro della fotografia non consiste nello stabilire quale dispositivo sia migliore, bensì nel comprendere quale atteggiamento desideriamo assumere di fronte al mondo.
Lo smartphone ci consente di conservare il ricordo di ciò che abbiamo vissuto; la reflex, invece, ci invita a vivere pienamente ciò che desideriamo ricordare.
È forse questa probabilmente, la differenza più profonda: il primo registra il tempo, la seconda lo trasfigura in una esperienza estetica.
di mare_nostrum_21

